1. Introduzione: una comunicazione fonetica universale per affratellare gli uomini

Il nome del professor Antonio Michela Zucco è legato principalmente all’invenzione di una delle prime macchine per stenotipia, la Michela, che per l’appunto da lui prese nome. La tastiera, però, non fu in realtà che il naturale approdo materiale e l’applicazione pratica del lungo corso dei suoi studi, che partirono dall’interesse per l’apparato vocale umano e tutti i suoni da esso pronunciabili, fino alla parola, il più potente mezzo di comunicazione di cui l’uomo si avvale.

Il primo risultato di tali ricerche fu la scrupolosa classificazione di tutti i fonemi pronunziabili dagli organi umani in qualunque lingua parlata (fonografia); la prima applicazione pratica di tale studio fu poi l’elaborazione di un sistema di scrittura a mano e di lettura che fosse comune ad ogni lingua (una sorta di alfabeto fonetico universale che mirava ad affratellare tutti gli uomini del pianeta nell’era del progresso); la seconda applicazione pratica di tali studi fu l’invenzione di una macchina stenofonografica (stenotipica) con cui trascrivere rapidamente in sillabe e rileggere tutti i suoni pronunciabili, anche al fine di agevolare gli ipovedenti, e di alcuni suoi derivati, come lo stenotelegrafo. Tali due applicazioni pratiche non furono cronologicamente conseguenti, ma il loro perfezionamento andò avanti per tutto il corso della vita del loro inventore.

2. La tavola delle articolazioni, antenata dell’alfabeto fonetico universale

Secondo il professor Michela, gli elementi fonici emanabili dal labbro umano sono i suoni articolati espirati dalla laringe che imprimono diverse modulazioni alla voce tramite gli organi che la emanano (bocca, labbra, denti, lingua e cavità orali e nasali). Agli elementi fonici, nelle varie lingue, ne corrispondono di grafici, che sono i segni convenzionali di cui si avvalgono i vari alfabeti per consentire la scrittura e la lettura delle diverse lingue (se dunque la scrittura è la sintesi grafica di un’analisi fonica, la lettura viceversa è la sintesi fonica di un’analisi grafica). Il professor Michela classificò i vari elementi fonici che possono comporre ogni sillaba producibile dagli organi della parola umana. Per ovviare alla «bizzarria» ortografica di alcuni alfabeti, distante dalla reale pronuncia (e quindi alle difficoltà derivanti dalle lingue che oggi definiamo opache, perché ad un segno grafico non corrisponde sempre la stessa pronuncia, come accade nel francese o in parte nell’italiano, in cui si riscontrano pronunce diverse assegnate ad una stessa grafia, come accade per la c, a seconda della vocale seguente), ordinò in una tabella, che volle chiamare tavolozza fonografica, tutti i segni grafici necessari a rappresentare tali elementi fonici e stabilì una corrispondenza tassativa di ogni segno ad un suono. Secondo il medesimo schema, creò infine una tabella dei simboli fonostenografici che elaborò per trascrivere e rileggere inequivocabilmente i suddetti suoni.

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La «tavola delle articolazioni» (tavola A), il «quadro numerico dimostrativo» e la «tavolozza fonografica» – della quale parleremo più avanti – recano 47 elementi grafici, ai quali sono associati un numero ordinale e un elemento fonico, classificato a seconda del compito svolto nella formazione di ogni sillaba emanabile dal labbro umano.

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L’analisi del professor Michela parte dall’elemento sillaba, i cui elementi sostanziali vengono suddivisi in principali di sillaba (le 11 vocali, definite come «voce neutra decomposta in vocale») e sostanziali di accompagnamento (26 consonanti, delle quali 10 sono definite semplici modificazioni). Non vi è dunque la distinzione tra vocale e consonante in base al fatto che quest’ultima incontri un ostacolo nella produzione del suono, mentre le semplici modificazioni – che nelle varie lingue sono comunque consonanti e che per l’alfabeto fonetico internazionale sono le occlusive e affricate, sorde e sonore – vengono distinte dalle «soffianti» in quanto sono gli elementi che segnano il modo in cui ha inizio e fine l’elemento sostanziale, principale o di accompagnamento, di sillaba e che non si possono pronunciare se non appoggiate ad un suono vocalico (in effetti, si tratta di una definizione delle consonanti «esplosive» in termini diversi). Nel lato destro della tavola A viene descritta l’ortografia italiana degli elementi fonetici classificati, tramite alcuni esempi.

L’alfabeto universale Michela è fonico, pertanto, per «fotografare[3]» il suono di ogni parola, ogni elemento fonico dev’essere rappresentato dall’elemento grafico corrispondente (lo stesso concetto è alla base dell’alfabeto fonetico internazionale, in cui non si usano combinazioni di lettere per rappresentare un singolo suono né lettere che ne rappresentino due); infatti, come si può notare dalle tabelle illustrative, non vengono classificati i fonemi corrispondenti a digrammi nella lingua italiana (come gl) o considerati come formati da due suoni (come z, sorda e sonora, e x, sorda e sonora); alcune combinazioni inoltre rimasero libere, per i fonemi di altre lingue (la tavola delle articolazioni per la lingua italiana risulta epurata dall’elemento extradentale tipico delle lingue straniere).

Gli elementi di ciascun gruppo furono ordinati in progressione fonetica. Le 26 consonanti vennero classificate e rappresentate in una tavola delle articolazioni (tavola A), secondo due direttrici: quella orizzontale, seguendo una progressione ideale da sinistra verso destra, reca il luogo di articolazione dall’esterno all’interno degli organi vocali da cui le consonanti vengono generate (labbra e lingua); quella verticale reca il modo di articolazione, cioè gli elementi di cui constano le consonanti (il soffio, la modificazione e la voce).

Vi sono fondati motivi di pensare che la tavola articolazioni costituisca una geniale anticipazione dell’alfabeto fonetico internazionale (IPA, International phonetic alphabet), con particolare riferimento ad alcuni elementi: la classificazione delle vocali in anteriori, centrali e posteriori, in base alla posizione della lingua; il modo in cui vengono considerate le lettere che rappresentano due suoni (come z, sorda e sonora, e x, sorda e sonora); i grafemi scelti per trascrivere i fonemi – invenzione conseguente alla classificazione dei suoni, riassunta nella tavolozza fonografica che illustreremo più avanti – derivanti dalla modifica della struttura delle lettere esistenti o dall’aggiunta di segni diacritici. Infatti, il già citato manuale di fonografia del 1887 fu scritto dagli allievi del professor Michela, i quali – nella parte finale, dedicata ai ringraziamenti al loro maestro – riferiscono che la teoria alla base della tavolozza fonografica era il frutto di studi durati circa 47 anni. La teoria di Antonio Michela sulla classificazione fonetica delle consonanti e delle vocali è dunque con buona probabilità anteriore a quella che ha dato origine all’alfabeto fonetico internazionale e, in occasione dell’esibizione della macchina fonostenografica Michela presso l’esposizione universale di Parigi del 1878, il professore potrebbe averne illustrato la teoria fonografica che ne era alla base, ispirando i colleghi d’oltralpe[4].

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Volendo procedere ad una descrizione dettagliata della tavola delle articolazioni (Tavola A), in comparazione con l’IPA, emerge come, quanto agli organi che generano le articolazioni, la suddivisione secondo le labbra coincida rispettivamente con le consonanti labiali e labiodentali (mentre la colonna di sinistra, recante le extradentali o linguali-labiali, rappresenta tratto tipico delle lingue straniere, estraneo alla lingua italiana); la suddivisione secondo la lingua come luogo di articolazione, in posizione anteriore, media o posteriore (quest’ultima detta anche gutturale) rispecchia invece la classificazione delle vocali in anteriori, centrali e posteriori e le consonanti che ne fanno parte corrispondono rispettivamente alle alveolari e dentali, alle palatoalveolari, palatali e alveolari e, infine, alle velari.

L’articolazione classificata secondo gli elementi di cui constano (ossia, secondo la definizione in uso in tempi moderni, il modo di articolazione) si divide in soffio, modificazione e voce. Ad ogni elemento fonico vengono associati sia un numero sia un segno grafico: i numeri seguono una progressione orizzontale da sinistra verso destra (quindi si comincia dal soffio puro articolato dalle labbra, poi dalla lingua in posizione anteriore, eccetera). Gli elementi extradentali sono soprassegnati da numeri identici a quelli attributi alla colonna riservata alle consonanti linguali anteriori (con le quali vengono considerati in stretto rapporto), ma con l’apposizione di un indice per esponente in alto a destra (quasi come fosse un segno diacritico).

Le prime due righe orizzontali della tavola delle articolazioni riportano gli elementi sostanziali d’accompagnamento classificati come consonanti soffianti, ossia le articolazioni classificate secondo l’elemento soffio, che corrisponde alle moderne fricative e viene suddiviso in soffio puro (fricative sorde), caratterizzato dal tratto della sordità, e soffio misto (fricative sonore), caratterizzato dal tratto della sonorità (le consonanti soffianti miste di voce e soffio vengono definite anche «ronzanti» perché considerate simili al ronzio d’un calabrone (questa è la definizione delle consonanti sonore secondo la fantasia del professor Michela).

Quanto all’organo che lo genera, il soffio viene pronunciato da:

– Posizione extradentale:

* Soffio puro (per l’autore s pura / th inglese) (n. 2’) = fricativa dentale sorda [θ] IPA[7]

* Soffio misto (n. 6’) = fricativa dentale sonora [ð]

– Labbra

* Soffio puro (n. 1) = fricativa labiodentale sorda f

* Soffio misto (n. 6) = fricativa labiodentale sonora v

– Lingua, nelle sue tre posizioni:

* In posizione anteriore:

. Soffio puro (n. 2) = fricativa alveolare sorda s

. Soffio misto (s mista, n. 6) = fricativa alveolare sonora [z]

* In posizione media:

. Soffio puro (ch francese, n. 3) = fricativa palatoalveolare sorda sc [ʃ]

. Soffio misto (j francese, n. 7) = fricativa palatoalveolare sonora Ge [ʒ]

* In posizione posteriore:

. Soffio puro (h aspirata dolce francese, n. 4) = fricativa velare sorda h [x]

. Soffio misto a voce (h aspirata forte tedesca, n. 8) = fricativa velare sonora h [ɣ], pronunciata nell’atto di ridere tra una medesima vocale come un trillo[8].

La seconda coppia di righe orizzontali della tavolozza fonografica riporta l’elemento modificazione (ossia le articolazioni classificate secondo gli elementi di cui constano), rispettivamente dura o rigida (sorda) e molle (sonora). La modificazione dura o rigida corrisponde alle moderne occlusive e affricate sorde (nell’ordine, bilabiale, dentale, palatoalveolare e velare) e le consonanti che ne fanno parte presero il nome di semplici modificazioni degli elementi sostanziali, dure o rigide. La modificazione molle corrisponde alle moderne occlusive e affricate sonore (nel medesimo ordine di cui sopra, ossia bilabiale, dentale, palatoalveolare e velare) e le consonanti che ne fanno parte presero il nome di articolazioni semplici modificatrici (molli o tenui). L’autore considerava le consonanti facenti parte di questo gruppo in base al loro ruolo all’interno delle parole, anche se nelle varie lingue anch’esse vengono considerate consonanti, e dunque le ha definite come semplici modificatrici degli elementi sostanziali di sillaba (vocali) e di accompagnamento (consonanti), perché sono gli elementi che segnano il modo in cui inizia e termina l’elemento sostanziale. Sono in totale 10.

Si tratta in sostanza delle consonanti occlusive (perché prodotte attraverso una momentanea occlusione del canale fonatorio, alla quale segue, con il passaggio dell’aria, una sorta di esplosione, e infatti possono essere anche denominate momentanee o esplosive). Pur dandone una definizione diversa, legata all’elemento sostanziale vicino – perché non possono essere pronunciate senza un appoggio vocalico, a differenza delle consonanti continue – il professore ne indovinò l’elemento caratterizzante, ossia che non hanno alcuna durata, in contrapposizione con le altre consonanti il cui suono «possiamo tener vivo per quanto ce lo permettono gli organi vocali, ovverosia per un tempo corrispondente alla massima dilatazione dei polmoni[9]» (come ad esempio le fricative, il cui suono può essere prolungato, che infatti sono denominate anche continue, le affricate e le liquide, tutte facenti parte, per il professor Michela, di categorie diverse dalla modificazione).

Quanto all’organo che le genera, le semplici modificazioni e modificatrici vengono  pronunciate da:

– Posizione extradentale[10]:

* Modificazioni dura (n. 10’) = occlusiva interdentale sorda [t̪ ] IPA

* Modificazione molle (th dolce inglese, n. 14’) = occlusiva interdentale sonora [d̪]

– Labbra

* Modificazione dura (n. 9) = occlusiva bilabiale sorda p

* Modificazione molle (n. 13) = occlusiva bilabiale sonora b

– Lingua, nelle sue tre posizioni:

* In posizione anteriore:

. Modificazione dura (n. 10) = occlusiva dentale sorda t

. Modificazione molle (n. 14) = occlusiva dentale sonora d

* In posizione media (rispondente alle palatoalveolari o prepalatali):

. Modificazione dura (n. 11) = affricata palatoalveolare sorda c [tʃ]

. Modificazione molle (n. 15) = affricata palatoalveolare sonora g [dʒ]

* In posizione posteriore:

. Modificazione dura (n. 12) = occlusiva velare sorda ck [k]

. Modificazione molle (n. 16) = occlusiva velare sonora g [g].

Le ultime tre righe orizzontali della tavolozza recano le articolazioni classificate secondo l’elemento della voce (modalità di articolazione orale), che si articola in nasale e orale, a seconda che sia prodotta nella cavità nasale o venga modificata nell’interno della bocca.

Le semivoci nasali, in quanto elementi sostanziali di accompagnamento, coincidono con le consonanti nasali (modificate dalle labbra, m, o dalla punta della lingua, n); le voci modificate nell’interno della bocca equivalgono invece alle semiconsonanti e alle liquide (laterale e vibrante alveolare): alle prime (j, w e ü) è stata assegnata una doppia forma grafica in ragione del doppio ruolo che svolgono (elementi sostanziali principali o semplici elementi sostanziali di accompagnamento, ossia vocali o semivocali) e per questo motivo sono segnate in tutte e quattro le serie stenografiche sulla tastiera Michela, come vedremo. Seguono altre modificazioni della voce neutra nella cavità orale.

Quanto all’organo che le genera, le modificazioni che avvengono nella cavità nasale o orale possono essere pronunciate da:

– Posizione extradentale[11]:

* Voce nasale: (n. 18’, n pronunciata con la punta della lingua tra i denti incisivi) = nasale interdentale [n̪] ?

* Voce orale (n. 22’, r) = [ⱱ̟] monovibrante dentale?

– Labbra

* Voce nasale (n. 17) =  nasale bilabiale m

* Voce orale

. (n. 21) = semiconsonante velare [w]

. Altre modificazioni: (n. 25) [y] u consonante francese (cfr. semiconsonanti)

– Lingua, nelle sue tre posizioni:

* In posizione anteriore:

. Voce nasale (n. 18) = nasale alveolare n

. Voce orale (n. 22) = liquida polivibrante alveolare r

* In posizione media (rispondente alle palatoalveolari o prepalatali):

. Voce nasale (n. 19) = nasale palatale [ɲ]

. Voce orale (n. 23) = liquida laterale alveolare l

* In posizione posteriore:

. Voce nasale (n. 20) = nasale velare [ɳ]

. Voce orale (n. 24) = semiconsonante palatale [j]

Il professore operò una distinzione, che riteneva dirimente, tra nasale alveolare e nasale velare, valida sia per l’italiano, sia per il francese – lingua sempre citata perché diffusissima all’epoca nella Regione Piemonte da cui proveniva l’autore – con la seguente, illuminata descrizione: «Nel pronunciare la consonante nasale n. 18, la lingua si muove verso la parte palatina e dentale», quello che viene chiamato alveo palatino e che dà il nome alla categoria delle nasali alveolari; «per pronunciare invece la consonante nasale n. 20 la lingua oscilla e va a battere contro la parte posteriore del palato, di modo che non trovasi subito preparata a pronunciare la sillaba seguente ed è obbligata a fare un piccolissimo sforzo nella cavità orale, come nelle parole italiane e francesi: fungo, ancora, éloquence, soin, ecc[12]».

Come già anticipato, vi sono alcune lettere dell’alfabeto italiano che nella scrittura fonografica non esistono, in quanto la pronuncia che ad esse corrisponde è composta da due suoni, che quindi vengono rappresentati dall’accostamento di altrettanti segni grafici ad essi esattamente corrispondenti. Si tratta della lettera italiana z e della lettera latina x, che entrambe possono avere la il parametro della sordità e della sonorità. Il professore scompose perfettamente il suono della affricata alveolare sorda [ts], che definì suono dolce, e di quella sonora [ds], che definì suono «gagliardo[13]», senza dare tale definizione, ma avvalendosi di alcuni efficaci esempi: «se si pon mente al giusto valore fonico della lettera graficamente espressa colla z, chi pronuncia bene sentirà, nell’emettere questo suono, prima quello della lettera d e poscia quello di una s dolce, come se fosse scritto dsolla». Lo stesso dicasi della doppia z (dozzina = doddsina o pozzo = pottso)[14].

Infine, del digramma gl (corrispondente alla liquida laterale palatale contrassegnata dal simbolo IPA [ʎ]) non viene fatta menzione, ma verrà introdotto in un momento successivo, quando ad esso verrà attribuita una determinata combinazione di tasti sulla tastiera Michela.     

Gli elementi contrassegnati dai numeri 21, 24 e 25 nel quadro numerico dimostrativo si rinvengono anche tra le vocali nn. 3, 6 e 9: poiché «compiono due uffici diversi nella formazione delle sillabe», hanno assegnata una doppia forma grafica. Si tratta di un gruppo di consonanti che svolgono a volte l’ufficio di elementi sostanziali principali di sillaba, ossia le vocali, e che in epoca successiva vennero definite come semiconsonanti (o semivocali, semivoci) perché in realtà hanno durata più breve di una vocale normale e suono intermedio tra vocale e consonante (e dunque si tratta principalmente di i e u quando sono atone e seguite da un’altra vocale):

  • La i vocalica italiana e la i consonante italiana, ossia e nella «tavolozza fonografica ad uso di alfabeto universale» (numero 24 nel quadro numerico dimostrativo), oggi contraddistinta dal simbolo IPA [j];
  • La u vocalica italiana e la u consonante italiana, ossia e nella suddetta tavolozza fonografica (numero 21 nel quadro numerico dimostrativo), oggi contraddistinta dal simbolo IPA [w];
  • La u vocalica francese e la u consonantica francese, ossia e nella tavolozza fonografica (contrassegnata con la numero 25 nel quadro numerico dimostrativo), oggi contraddistinta dal simbolo IPA [y].

Quanto alle altre modificazioni della voce neutra nella cavità orale, il professore definisce gli elementi soprassegnati con i numeri 26, 26’, 27, 28 e 29 come «semplici vibrazioni d’induzione suscitate dalla laringe e comunicate agli organi modificatori degli elementi fonici sostanziali di accompagnamento[15]», rimandando all’esempio orale dell’insegnante; se ne proverà dunque soltanto ad ipotizzare la classificazione in base alle moderne estensioni IPA:

  • Numero 26: vibrante linguale anteriore = [ɾ] monovibrante alveolare?
  • Numero 26’: vibrante extradentale o linguale labiale = [ѵ] monovibrante labiodentale?
  • Numero 27: trillante labiale = polivibrante uvulare [ʀ] ?
  • Numero 28: (ch tedesco, gutturale) = fricativa uvulare sorda [χ] ?
  • Numero 29: vibrante labiale = vibrante bilabiale [ʙ] ?

Le vocali (voce neutra decomposta in vocale), nella sezione del manuale del 1887 dedicata alla loro ortoepia[16] (la corretta pronuncia, considerata sia nello sviluppo orale della lingua sia in rapporto con la scrittura), vengono individuate nel numero di 11 (ma solo 10 riguardano la lingua italiana) e la forma grafica ad esse attribuita è «puro corpo». Anch’esse vengono contrassegnate da un numero ordinale progressivo (sottosegnate, per la precisione, perché viene apposto sotto ad esse), come gli altri elementi della tavolozza fonografica, e da un segno grafico. Oltre ad a, e (chiusa), i, o (aperta), u, le cinque vocali della lingua italiana, la cui grafia corrisponde esattamente alla pronuncia (sottosegnate rispettivamente coni numeri 1, 2, 3, 5, 6), abbiamo altri segni (per completezza, anticipiamo qui l’indicazione dei segni fonografici di seguito indicati nella tavolozza fonografica):

  • c, corrispondente alla e muta francese finale di parola (numero 4);
  • ə, e aperta (numero 7, corrispondente al simbolo IPA della vocale media centrale non arrotondata);
  • ᴂ, corrispondente alla pronuncia dei dittonghi francesi eu ed oeu e al piemontese eu (il simbolo infatti risulta dalla fusione della e aperta e di quella chiusa, in quanto attribuito ad una vocale considerata composta, sottosegnata con il numero 8; corrisponde al simbolo IPA dell’estensione fonetica denominata Latin small letter turned Ae);
  • ν ha il suono acuto della u francese e piemontese (sottosegnata dal numero 9, corrispondente alla vocale chiusa anteriore arrotondata e contrassegnata dal simbolo y IPA);

corrisponde alla o chiusa italiana e alla o stretta francese;

infine, œ, sottosegnata con il numero 11, non ha corrispondenti nella lingua italiana, ma è simile alla u anomala inglese (attualmente segnata con il simbolo ʌ), mentre il simbolo œ nell’IPA contrassegna la vocale semiaperta anteriore arrotondata.

3. La tavolozza fonografica universale come strumento di scrittura fonetica

Il passo successivo alla classificazione di tutti i fonemi pronunciabili dall’umana favella, come abbiamo anticipato, fu l’attribuzione ad ognuno di essi un solo inequivocabile segno grafico. Il professore dunque inventò «un sistema di scrittura a mano di facilissimo apprendimento e comune ad ogni lingua[17]», ossia una modalità di scrittura fonetica per poter scrivere e (ri)leggere i suoni di qualsiasi lingua del mondo, anche sconosciuta e a distanza di molto tempo, al fine di «affratellare gli uomini». Considerando i mezzi dell’epoca, questa stessa espressione illustra già da sé l’impressionante lungimiranza del professor Michela. Tale modalità di scrittura, nelle intenzioni dell’autore, si sarebbe rivelata anche di grande utilità per facilitare l’apprendimento delle lingue straniere e della propria lingua per i bambini della scuola elementare: non dimentichiamo, infatti, la matrice professionale e culturale del professor Michela, che era proprio un insegnante di scuola elementare.

Il segno grafico attribuito ad ogni elemento fonico venne schematizzato nella «tavolozza fonografica universale», il cui nome è fortemente evocativo di un’analogia con la pittura: gli elementi fonici di ciascuna sillaba attingono ad essa le relative produzioni grafiche, come un pittore fa dalla propria tavolozza con i colori necessari a dipingere un quadro. Si tratta di una sorta di quadro sinottico che, rispecchiando lo stesso schema con cui era stata organizzata la classificazione dei suoni nella tavola delle articolazioni e nel quadro numerico dimostrativo, ordina la struttura fonica generata dagli organi vocali umani e la armonizza con la forma delle lettere, al fine di disporre di una grafia manuale universale in modalità fonetica.

La rappresentazione grafica scelta viene definita «forma convenzionale delle lettere visibili nella tavolozza Michela[18]» ed ha alla base rigorosi motivi logici per essere precisamente quella e non un’altra. Dal punto di vista puramente grafico, com’è evidente ad una prima occhiata alla tabella, il corpo dei segni grafici è costituito o dal segno c (per gli elementi extradentali delle lingue straniere) o da cifre numeriche, che vanno da 1 a 4 e «indicano la parte dell’apparato delle articolazioni dove l’elemento fonico viene modificato, o dove gli organi modificatori comunicano le modificazioni ad essi attribuite[19]», contrassegnando rispettivamente il luogo di articolazione delle labbra (1) e della lingua, nelle tre posizioni anteriore (2), media (3) e posteriore (4). Tali cifre numeriche e la c delle extradentali – che formano il corpo delle 36 lettere non vocali, al quale poi si aggiungono altri elementi distintivi – hanno la stessa altezza delle 11 vocali (collocate in sede separata rispetto alla tabella delle consonanti), dunque il corpo di tutte le lettere ha la stessa altezza. I segni grafici corrispondenti alle vocali constano di una parte sola, il corpo, senza l’aggiunta di ulteriori segni (a differenza delle altre lettere non vocali), dunque la loro altezza è pari al corpo delle altre lettere: l’altezza delle consonanti invece è per convenzione doppia rispetto a quella delle vocali, perché recano una linea retta o sopra o sotto al loro corpo, mentre quella delle semplici modificazioni è tripla rispetto a quella delle vocali, perché recano una linea retta sia sopra sia sotto al loro corpo.

Mentre le 11 vocali sono sottosegnate dai rispettivi numeri ordinali, da 1 a 10, gli altri segni grafici che indicano le lettere non vocali (consonanti, semiconsonanti e modificazioni) sono soprassegnati da una cifra posta all’apice destro (che è la stessa attribuita alle medesime posizioni nella quadro numerico dimostrativo o nella tavola delle articolazioni), che ne rende maggiormente facile l’individuazione e la denominazione: le cifre numeriche che accompagnano i segni grafici seguono un ordine orizzontale per gruppi di quattro, a partire dalle labiali; le extradentali recano gli stessi numeri ordinali apicali delle linguali anteriori, con l’aggiunta di un apostrofo o di un apice («indice soprapposto») accanto al numero; in tal modo, gli elementi facenti parte di una stessa colonna verticale dedicata ad un luogo di articolazione seguiranno una progressione numerica che va di quattro in quattro.

Osservando le colonne verticali di cui consta la tavolozza, ad un primo sguardo si ha immediatamente un’impressione visiva di grande ordine, quasi matematico, dalla quale trapelano la semplicità, ma anche la genialità del sistema.

Nella prima colonna verticale a sinistra, dedicata agli elementi extradentali o labiali linguali anteriori – che vengono modificati fuori dai denti incisivi, dalla lingua e dal labbro superiore – il corpo della lettera, come abbiamo detto, è costituito da una c.

Nelle successive quattro colonne verticali, procedendo da sinistra verso destra, recanti gli elementi fonici rispettivamente generati dalle labbra e dalla lingua, nelle tre posizioni anteriore, media e posteriore, il corpo degli elementi grafici è caratterizzato rispettivamente dai numeri ordinali 1, 2, 3 e 4, che vengono differenziati tra loro tramite l’apposizione di sporgenze, che indicano la natura dell’elemento (ossia il modo di articolazione, se derivante dal soffio, dalla modificazione o dalla voce). Tali sporgenze possono essere rettilinee o curvilinee, sottostanti o soprastanti linee rette nella parte superiore o nella parte inferiore del rigo, a loro volta recanti talvolta una specie di cappio, in funzione di segno diacritico, in posizione superiore (che nel soffio misto e nella modificazione molle sta ad indicare il tratto sonoro) o in posizione inferiore.

Ad un primo sguardo dell’elemento grafico, se ne comprendono immediatamente la natura fonetica e dunque la pronuncia: vedendo il corpo della lettera recante il numero 3 sapremo trattarsi di una consonante linguale media; vedendo una linea retta verticale sopra al corpo della lettera sapremo trattarsi di una consonante soffiante pura e se tale linea retta reca anche un cappio finale sapremo trattarsi di una consonante soffiante mista o ronzante.

Ad un’analisi orizzontale delle righe in cui è suddivisa la tavolozza fonografica, appariranno immediatamente chiari i criteri alla base della scelta delle diverse sporgenze applicate al corpo delle lettere non vocali. Le prime quattro righe orizzontali (relative alle soffianti pure e miste e alle modificazioni e modificatrici) hanno in comune una sporgenza superiore (appendice rettilinea ascendente). Nella prima e nella terza riga (soffianti pure e semplici modificazioni dure) tale sporgenza superiore ha una forma rettilinea, che indica il tratto della sordità. Nella seconda e nella quarta (soffianti miste e modificatrici molli) la sporgenza superiore ha una forma curvilinea (una linea retta con una specie di cappio finale), che indica il tratto della sonorità.

Le modificazioni presentano inoltre anche una sporgenza inferiore, quindi hanno una doppia sporgenza, che è rettilinea per le occlusive sorde (doppia sporgenza rettilinea) e curvilinea per le occlusive sonore (doppia sporgenza curvilinea). Non esiste l’abbinamento di una sporgenza rettilinea e di una sporgenza curvilinea in uno stesso segno grafico. «La doppia sporgenza rettilinea segna il modo col quale ha principio o termine l’elemento sostanziale, sia esso principale di sillaba oppure di accompagnamento, non mai la sostanza di esso, ed indica ancora che detto elemento deve principiare per uno scatto spiccato quando precede l’elemento modificato, e per un troncamento pari quando lo segue»: sono le occlusive sorde (e l’affricata palatoalveolare sorda). «Le lettere segnate colla doppia sporgenza curvilinea indicano esse pure che il rispettivo ufficio è di far sentire uno scatto o troncamento» a seconda che precedano o seguano la vocale, «ma alquanto più morbido e dolce[20]»: ecco le occlusive sonore (e l’affricata palatoalveolare sonora).

I segni grafici corrispondenti alle articolazioni della voce recano sporgenze inferiori. La sporgenza inferiore rettilineaappendice rettilinea discendente») «esprime la trasformazione in forma nasale di ciascuna delle dieci voci dette vocali ed inversamente la trasformazione della voce nasale in una delle dieci vocali», a seconda che le nasali rispettivamente seguano o precedano le vocali. Si tratta degli elementi sostanziali di accompagnamento (voci nasali) che oggi chiamiamo consonanti nasali (bilabiale, alveolare, palatale o velare a seconda del luogo di articolazione, labbra o lingua, sempre secondo la nota progressione da sinistra vero destra). La sporgenza inferiore curvilinea caratterizza le semplici modificatrici, molli o tenui: «le lettere indicate dalla comune appendice curvilinea sottostante indicano che gli elementi segnati sono semplici voci modificate nello interno della bocca» (sono le semiconsonanti e le liquide).

Altri antenati dei segni diacritici sono anche i diversi simboli applicati al corpo delle altre modificazioni della voce nella cavità orale indicanti i suoni di lingue straniere («sporgenze inferiori a guisa d’arco e di coda[21]»). Le trillanti (contrassegnate dai numeri ordinativi 27 e 28) presentano una sporgenza sottostante a forma di arco, mentre le vibranti in forma di coda (contrassegnate dai numeri ordinativi 26, 26’ e 29): entrambe indicano modificazioni della voce neutra nella cavità orale ed «esprimono vibrazioni d’induzione suscitate dalla laringe, organo produttore della voce neutra».

Di seguito, l’adattamento della tavolozza fonografica per la lingua italiana, dal quale venne espunta la prima colonna, relativa alle extradentali, tratto tipico di alcune lingue straniere:

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Ecco invece la tavolozza completa dei simboli grafici dei suoni extradentali:

4. La Michela, prima macchina stenografica, e i segni stenotipici

Classificati e schematizzati i suoni riproducibili dall’apparato vocale umano, il professore cercò un’applicazione pratica per i suoi studi, ideando un sistema per poter trascrivere – e quindi rileggere – tali suoni che fosse universale, quindi valido per tutte le lingue del mondo, sia manuale, sia meccanico. Lo studio della tavolozza fonografica e quello del sistema fonostenografico procedettero parallelamente e il primo fu perfezionato e proseguito dai suoi allievi, in particolare dal Vincenti. Il più antico manuale di fonostenografia Michela di cui siamo in possesso, ad opera del professor Michela stesso, è datato infatti al 1879, mentre la prima codifica scritta della teoria alla base della tavolozza fonografica si deve al suo allievo Vincenti ed è datata al 1887.

Nacque così l’idea di «sostituire alla mano … sempre imperfetta, la logica matematica e la puntualità della macchina perfetta[23]», che servisse a catturare e imprimere la riproduzione grafica istantanea e sincromatica di tutti gli elementi fonici contenuti in ciascuna sillaba pronunziabile dagli organi umani, per uso stenografico. Essendo la sillaba il fulcro degli studi del professore, la novità costituita dalla macchina era proprio il fatto che consentiva di digitare più di un suono simultaneamente – quindi tutti i suoni di una o più sillabe contemporaneamente – «nel medesimo brevissimo istante in cui si segnerebbe un sol punto[24]», come se si stessero suonando accordi su un pianoforte[25].

Ciò consentiva di raggiungere grandi velocità, sostenendo il ritmo del parlato, rendendo più agevole e spedito il lavoro dello stenografo. Ecco dunque l’origine della «Stenografia Michela a processo sillabico-istantaneo ad uso universale mediante portatile apparecchio a tastiera», che venne esibito per la prima volta nel 1863 nel Palazzo di Brera a Milano in occasione del terzo Congresso pedagogico italiano e poi all’Esposizione universale di Parigi nel 1878.

Gli scopi che si prefiggeva l’autore erano pertanto principalmente due, uno mediato e uno immediato: disporre di un mezzo di scrittura rapidissimo per superare la stenografia manuale, considerata non abbastanza precisa; introdurre l’idea dell’alfabeto universale, che rappresentava con regolarità scrupolosa tutti gli elementi fonici indispensabili a rappresentare qualunque sillaba di qualsiasi lingua. Ma ve n’era un terzo, non meno importante: disporre di un apparecchio che fosse di ausilio alla disabilità, in particolare per i non vedenti (grazie alla striscia di carta prodotta dalla macchina, che veniva impressa in un primo tempo tramite punzoni in rilievo e non stampata a inchiostro[26]).

La macchina produceva una «listerella» di carta sulla quale imprimeva una riga per ogni sillaba o terna numerica (dunque una retta orizzontale perpendicolare alla striscia stessa di carta ed equidistante rispetto alle altre), leggibile da sinistra verso destra.

Nell’impianto iniziale, i segni adottati, in numero di sei, come pure l’apparecchio, avrebbero potuto variare infinitamente di forma, ma produrre comunque l’esito della scoperta (e infatti, intorno agli anni ’80 del secolo scorso, tali segni grafici vennero decrittati e trasformati in lettere).

            L’inventore abbinò poi sei numeri (1, 2, 3, 6, 9, 18) ai suddetti segni grafici: con tali numeri, variamente combinati e ripetuti, ottenne tutte le combinazioni necessarie per coprire i suoni classificati nella tavola delle articolazioni.

Combinò questi segni o numeri adottati nel modo invariabile indicato dalla tavola I, originariamente redatta in francese, che costituisce la base principale del processo, in modo che si prestassero ad essere maneggiati speditamente sulla tastiera da parte dello stenotipista con le dieci dita.

Classificate le articolazioni a seconda degli organi da cui vengono generati i suoni e attribuito un valore numerico agli elementi fonici classificati nella tavola delle articolazioni (tavola A), il passo successivo fu stabilire la posizione degli elementi fonici nella sillaba, al fine di imprimerli simultaneamente e rileggerli da sinistra verso destra. Quanto alla traduzione della teoria in pratica, per trovare una disposizione materiale dei suoni da trascrivere sulla tastiera e stabilire una corrispondenza tra di essi, l’autore raggruppò gli elementi fonici in quattro serie, disposte da sinistra verso destra sulla tastiera, secondo la direzione in cui si scrivono e leggono le lingue occidentali, (nell’ordine, 1a serie, 2a serie, 3a serie, 4a serie). La tastiera è divisa in due emistastiere quasi perfettamente simmetriche, a loro volta divise in due serie: poiché in qualsiasi sillaba l’elemento principale è la vocale, alle vocali fu assegnata la 3a serie, collocata nell’emitastiera di destra, mentre alle altre tre gli elementi di accompagnamento della vocale. Dunque nella 1a, nella 2a e nella 4a serie si hanno le consonanti, ossia elementi di accompagnamento della vocale, a seconda che si collochino rispettivamente all’inizio, in mezzo o alla fine della sillaba; la 1a serie è simmetrica alla 4a (come fossero allo specchio) a seconda che le stesse consonanti si trovino all’inizio o alla fine della sillaba; la 2a serie è occupata da altre consonanti e semiconsonanti (i e u, nonché le liquide, utilissime per scrivere gruppi consonantici o abbreviazioni che prevedano l’eliminazione di una vocale interna alla parola). La 2a e la 4a serie dunque sono simmetriche soltanto per la posizione di i e u (che però nella 2a serie svolgono il ruolodi semiconsonanti quando precedono le vocali della 3a serie). E infatti i e u, in virtù di questo loro doppio ruolo, sono le uniche due lettere ad essere rappresentate in tutte e quattro le serie.

Nella tavola I, l’autore schematizza con precisione matematica i simboli fonetici e i numeri attribuiti ad ogni fonema precedentemente classificato e attribuisce ad essi una posizione sulla tastiera con un ragionamento logico e lineare, che rende immediatamente chiaro il motivo alla base della collocazione di ogni elemento in una posizione precisa. La tavola fu redatta in lingua francese perché tale lingua all’epoca aveva una gran diffusione, come l’inglese ai giorni nostri, e dunque in tal modo si sarebbero potute risparmiare le spese di traduzione.

[27]

            La parte inferiore del grafico reca l’illustrazione delle due emitastiere («tastierette simmetriche»), denominate rispettivamente EFPQ, quella di destra, e E’F’Q’P’, quella di sinistra. Sulla parte alta di ogni tasto viene indicato a quale dito ad esse compete: quanto alla posizione della mano, ad ogni dito competono sempre e solo gli stessi due tasti (uno bianco e uno nero), ma mai tutti e due contemporaneamente in una stessa combinazione (ad eccezione del pollice, unico dito cui competono due tasti bianchi, quindi il movimento che deve compiere – logicamente, data la sua posizione rispetto alle altre dita – è orizzontale, e unico che dito che volendo può premere anche un terzo tasto bianco, compiendo uno spostamento ulteriore e slittando sotto al dito indice, in una battuta extra ordinem che consente l’utilissima combinazione ea). Tutte le altre dita compiono dunque un piccolissimo spostamento sulla tastiera – longitudinale, ossia dall’alto verso il basso, per cui la sua posizione della mano non cambia – e questo rende non necessario guardarla mentre si scrive, consentendo quindi la modalità di trascrizione a tastiera cieca: tale movimento minimo è finalizzato ad ottenere la massima celerità[28].

Sopra all’indicazione delle dita, sul disegno delle due emitastiere, vengono riportate le quattro serie stenografiche, in modo da chiarire la loro posizione sulla tastiera. Esse sono disposte in modo simmetrico, anche se la 2a e la 4a, come precedentemente chiarito, non sono del tutto identiche. La 1a e la 4a, quelle esterne, sono maggiori, in quanto recano sei segni ciascuna (1, 2, 3, 6, 9, 18 e, simmetricamente, 18, 9, 6, 3, 2, 1); la 2a e la 3a invece sono minori, interne e recano quattro segni ciascuna (1, 2, 3, 6 e 6, 3, 2, 1).

  • 1a serie: consonante che precede la vocale (elemento principale di sillaba) o un’altra consonante (può essere preceduto da s impura):
    • 1 = f, 2 = s aspra, 3 = sc, 6 = S dolce, 9 = p, 18 = n
  • 2a serie: secondo elemento consonantico della sillaba (preceduto o meno da s impura) e seguito da vocale, quindi liquide, nasali, dentali, labiali e semivocali:
    • 1 = r, 2 = s, 3 = i, 6 = u
  • 3a serie: vocali:
    • 6 = u, 3 = i, 2 = e chiusa, 1 = a (questi due elementi differiscono dalla 2a serie)
  • 4a serie: elemento consonante che segue la vocale:
    • 18 = n, 9 = p, 6 = S dolce, 3 = sc, 2 = s aspra, 1 = f

Al centro dello schema, tra le tabelle corrispondenti alle due emitastiere, è riportato un fac-simile di striscia stenografica a grandezza naturale, una «listerella centrale», che riproduce la striscia stenografica, chiarendo la posizione dei segni stenografici adottati in ognuna delle quattro serie, nella linea B (1a e 4a serie), nella linea C (3a serie) e nella linea D (4a serie), in corrispondenza dei valori numerici e fonici corrispondenti, che si trovano ai lati e corrispondono, rispettivamente a sinistra e a destra, alla 2a e alla 3a serie.

Sempre nella parte inferiore del grafico, sulle due emitastiere simmetriche, oltre alle dita di competenza, sono segnati anche i simboli stenofonografici e i rispettivi valori numerici ad essi attribuiti. I simboli grafici appaiono nello stenoscritto in sostituzione delle cifre e delle lettere alfabetiche: la ragione della loro scelta sta nella necessità della massima semplicità possibile sia per un processo di stenografia universale e sia per i mezzi tipografici disponibili all’epoca. Ecco dunque i simboli grafici disposti in linea orizzontale, in numero di venti, tanti quanti sono i tasti della macchina, ed i corrispondenti valori numerici ad essi attribuiti, in cifre arabiche (cfr. la linea A della «listerella B», la striscia stenografica, al centro dello schema):

            In cima ad ogni emitastiera è riportata la tabella corrispondente, recante «le combinazioni fisse adottate … per la rappresentazione degli elementi fonici». Gli elementi fonici nelle due tabelle speculari sono gli stessi della tavola delle articolazioni, ma sono posti in verticale, e non in file orizzontali recanti quattro elementi alla volta: osservando la terza colonna da sinistra, infatti, si possono vedere le varie lettere corrispondenti dell’alfabeto latino (a cominciare dalle soffianti, pure e miste), disposte in verticale, affiancate nella colonnina accanto dai valori numerici ad esse attribuiti nel quadro numerico dimostrativo, disposti in ordine progressivo (1, 2, 3, 4…); dunque, per intenderci, alla soffiante pura labiale f corrisponde sempre il numero 1, in ogni tabella e dunque anche su ognuna delle due emitastiere.

            Combinando in vario modo i sei segni semplici recati dalla 1a e dalla 4a serie si ottengono tutti i 24 elementi fonici recati dalla tabella delle articolazioni (e i rispettivi valori numerici corrispondenti, ad essi attribuito anche nel quadro numerico dimostrativo). I numeri che richiedono due tasti per essere formati sono 12 (4, 5, 7, 8, 10, 11, 12, 15, 19, 20, 21, 24) e quelli che ne richiedono tre sono sei (13, 14, 16, 17, 22, 23). Le unioni sono riportare nel grafico nella colonna denominata HMNE, dalle quattro lettere che ne marcano gli angoli, e nella rispettiva H’M’N’E’, dal lato opposto, che ne recano i valori numerici da sommare per ottenere il risultato: la somma di tali unioni – che prevedono fino a tre tasti da premere contemporaneamente – è riportata nella colonnetta HE:

  • 4 = 1 + 3 … h sorda = f + sc
  • 5 = 2 + 3 … v = s aspra + sc
  • 7 = 1 + 6 … j = f + S dolce
  • 8 = 2 + 6 … h sonora (in seguito z) = s + S dolce
  • 10 = 1 + 9 … t = f + p
  • 11 = 2 + 9 … C dolce = s + p
  • 12 = 3 + 9 … c dura = sc + p
  • 13 = 1 + 3 + 9 … b = f + sc + p
  • 14 = 2 + 3 + 9 … d = s aspra + sc + p
  • 15 = 6 + 9 … G dolce = S dolce + p
  • 16 = 1 + 6 + 9 … g dura = f + S dolce + p
  • 17 = 2 + 6 + 9 … m = s aspra + S dolce + p
  • 19 = 1 + 18 … gn = f + n
  • 20 = 2 + 18 … n velare (in seguito gl) = s aspra + n
  • 21 = 3 + 18 … u = sc + n
  • 22 = 1 + 3 + 18 … r = f + sc + n
  • 23 = 2 + 3 + 18 … l = s aspra + sc + n
  • 24 = 6 + 18 … i = S dolce + n

Si noti come nella maggior parte dei casi le combinazioni scelte non siano casuali né arbitrarie, ma stiano alla base dei fonemi prescelti perché appaiono come le più vicine al suono finale (j = f + S dolce). La somma di più segni grafici in una medesima serie indica sempre un solo elemento fonico risultante dalla loro somma e mai due o più elementi fonici o numeri diversi.

Anche le terne numeriche, infatti, vengono segnate istantaneamente come le sillabe, seguite dalla loro denominazione (millesimi, migliaia o milioni): alla 1a serie corrispondono le centinaia, alla 2a le decine e alla 4a le unità, mentre non vi saranno elementi in 3a serie, ad indicare che non si tratta di una sillaba (poiché l’elemento fondante ne è proprio la vocale), ma di una terna numerica. La mancanza di segni in una serie indica la presenza dello zero.

            Le unioni prestabilite dei segni semplici delle due serie minori (2a e 3a) formano 11 valori numerici ciascuna (e conseguenti elementi fonici), come si evince dal rettangolo MGFN e dall’omologo M’G’F’N’. Per quanto riguarda la seconda serie, nella colonnina GF si leggono il valore numerico, a sinistra, e la lettera corrispondente, a destra; per la terza serie, nella colonna G’F’ si trovano le vocali, a sinistra, e i valori numerici a destra, che sono gli stessi della colonnina GF. In 2a serie:

  • 1 = r
  • 2 = s (aspra e dolce)
  • 3 = i (vocale e semivocale)
  • 6 = u (vocale e semivocale)
  • 4 = 1 + 3 … l = r + i
  • 5 = 2 + 3 … v/f = s + i
  • 7 = 1 + 6 … m = r + u
  • 8 = 2 + 6 … n = s + u
  • 9 = 3 + 6 … p/b = i + u
  • 10 = 1 + 3 + 6 … t/d = r + i + u (se i + u = p, allora t = r + p, mentre nella 1a serie = f + p)
  • 11 = 2 + 3 +6 … c dolce e dura = s + i + u (= s + p come in 1a serie)

Si noti come nella seconda serie una combinazione sia valida sia per le sonore sia per le sorde (labiali, dentali, velari) e come i numeri attribuiti ad alcuni fonemi corrispondano nella 1a e nella 2a serie (v = 5; p = 9; t = 10; c = 11), come alcune somme numeriche siano sempre le stesse (4 = 3 + 1; 5 = 2 + 3; 7 = 1 +6; 8 = 2 + 6) oppure come alcuni simboli corrispondano in entrambe le serie (s = 2 = i due punti).

Per quanto riguarda la 3a serie:

1 = 2

2 = e aperta

3 = i

6 = u

4 = 3 + 1 (e muta, oppure i + a)

5 = 2 + 3 … o = e + i (stessa somma per v = 5 in 1a e 2a serie, dove anche la posizione della dita è la medesima rispetto alla 3a serie)

7 = 6 + 1 … è = u + a

8 = 6 + 2 … eu (in seguito ue) = u + e

9 = 6 + 3 ü (in seguito dittongo uo) = u + i

10 = 6 + 3 +1 zero vocale (in seguito dittongo ua/uia) = u + i +a

11 = 6 + 3+ 2 … o chiusa (in seguito dittongo ui) = u + i + e.

5. La decrittazione dei segni originari: le lettere

Lo schema seguente, infine, illustra la disposizione delle quattro serie sulla tastiera Michela, recando la decrittazione dei simboli originari, realizzata in epoca moderna (intorno agli anni ’80 del secolo scorso) per facilitare l’inferfacciamento della tastiera con il computer:


[1] Illustrazione tratta da Antonio Michela «Stenofonografia Michela a processo sillabico-istantaneo ad uso universale mediante piccolo e portatile apparecchio a tastiera», Torino, Tipografia Roux e Favale, 1879.

[2] Società fonografica Michela «Spiegazione della tavolozza fonografica universale ossia alfabeto universale del prof. Ca. Antonio Michela, inventore del sistema fonografico universale a mano e della macchina stenofonografica», Ivrea, stabilimento tipografico Garda Lorenza, 1887.

[3] Da Società fonografica Michela, «Spiegazione della tavolozza fonografica, ossia alfabeto universale del prof. cav. Antonio Michela inventore del sistema fonografico universale a mano e della macchina stenofonografica», Ivrea, Stabilimento tipografico Garda Lorenzo, 1887, pagina 26.

[4] Lo sviluppo originale dell’alfabeto fonetico internazionale partì dai fonetisti inglesi e francesi sotto gli auspici dell’Associazione fonetica internazionale fondata a Parigi nel 1886. Il principio generale delle lettere che lo compongono è di fornire una lettera per ogni suono distintivo, come nella teoria Michela, senza usare combinazioni di lettere per rappresentare un singolo suono (come gn o gl in italiano) o di lettere che rappresentano due suoni (come la x), con la sola eccezione delle affricate (come le z, c e g) trascritte con due simboli uniti perché considerate la successione di due suoni indistinti. La maggior parte dei simboli venne presa dall’alfabeto latino, da quello greco e da altre lettere, ottenute modificando la struttura di quelle esistenti (es. ɓ), capovolgendole (ɐ) o aggiungendovi alcuni simboli (segni diacritici e soprasegmentali), seguendo criteri grafici assai sistematici (le consonanti retroflesse presentano un gancio in basso (ɖ), mentre quelle implosive ne presentano uno in alto (ɓ), come i «cappi» superiori o inferiori dell’alfabeto fonostenografico Michela). Le vocali sono organizzate a seconda della posizione che la lingua assume durante la loro produzione, per cui la loro disposizione prende la forma di un trapezio.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Fonologia_della_lingua_italiana.

[5] Da https://www.slideshare.net/imartini/fonetica-fonologia-32994896/8 e http://www.treccani.it/enciclopedia/alfabeto-fonetico_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/#gallery-1.

[6] Da https://www.scritturebrevi.it/wp-content/uploads/2015/02/Trapezio_IPA.jpg.

[7] Dove il simbolo grafico dell’alfabeto fonetico internazionale è identico alla grafia italiana per quella pronuncia, non è stato indicato tra parentesi quadre il simbolo IPA.

[8] A. Michela, «Stenografia Michela a processo sillabico-istantaneo ad uso universale, mediante piccolo e portatile apparecchio a tastiera», Torino, Tipografia Roux e Favale, 1879, pagina 9.

[9] Da «Spiegazione della tavolozza fonografica», pagina 20.

[10] Non essendo stato in grado di definire più precisamente questo suono presente in lingue straniere, a causa della povertà dei mezzi a disposizione all’epoca, il professor Michela per tale suono rimanda al vivo esempio dell’insegnante. Il simbolo IPA accostato è dunque soltanto presunto come il più simile alla descrizione del professore, che parla di pronuncia con la punta della lingua avanzata al di fuori dei denti superiori con saldo appoggio.

[11] Come sopra.

[12] «Spiegazione della tavolozza fonografica ovvero alfabeto universale del prof. Cav. Antonio Michela», pagina 23.

[13] Ibidem, pagina 25.

[14] Ibidem, pagina 26.

[15] Ibidem, pagina 25.

[16] Ibidem, pagine 16-18.

[17] Ibidem, pagina 9.

[18] Ibidem, sottotitolo della Parte III, Capo I.

[19] Ibidem, pagina 28.

[20] Ibidem, pagina 29.

[21] Ibidem, pagina 30.

[22] Fotografia proveniente dall’archivio privato della famiglia Michela Zucco. Come si vede dagli esempi delle parole, sulla destra, scritte in modalità fonografica, il professore stabilì la disposizione degli elementi fonici all’interno delle sillabe per poterli trascrivere simultaneamente nella maniera in cui si scrivono nel sistema ordinario in linee rette leggibili da sinistra a destra.

[23] A. Michela, «Stenografia Michela a processo sillabico-istantaneo ad uso universale, mediante piccolo e portatile apparecchio a tastiera», Torino, Tipografia Roux e Favale, 1879, pagina 3.

[24] Ibidem, pagina 5.

[25] Da tale strumento musicale, infatti, la tastiera ha mutuato il layout, anche perché era facile da reperire e relativamente economico da costruire, risultando così assai ergonomica e composta dal numero di tasti più basso (solo 20) rispetto alle altre tastiere stenotipiche di seguito inventate, che in media ne avevano e ne hanno tuttora circa 24.

[26] «Questo modo di rappresentazione … non fu finora osservato né messo in pratica da nessuno» (Ibidem, pagina 6): il professore non aveva notizia di altri studiosi che, probabilmente negli stessi anni, stavano lavorando ad altre tastiere stenotipiche ad accordi in altri Paesi del mondo, dunque se è difficile asserire con certezza che la Michela sia stata la più antica macchina stenotipica, sicuramente fu una delle prime.

[27] A. Michela, «Stenografia Michela a processo sillabico-istantaneo ad uso universale, mediante piccolo e portatile apparecchio a tastiera», Torino, Tipografia Roux e Favale, 1879.

[28] Ibidem, pagina 10.

Segno fonografico e stenotipico Michela – di Giulia Torregrossa

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