L’artista visiva Penelope Chiara Cocchi e il poeta Luca Gamberini collaborano da tempo a un simposio bi-personale, in cui l’arte interattiva e la poesia interagiscono, mescolandosi e confondendosi, e creando come risultato un’arte nuova, che desidera comunicare a svariati livelli.

L’artista si muove sulla vita e dalla vita, che sono il legno da cui la propria arte produce il fuoco. Ogni tipo di arte nasce da un’interazione con la realtà quotidiana, con le gioie, le sofferenze, gli insegnamenti e gli scontri che l’artista stesso vive nella sua esistenza. Lungi dall’essere avulsa quindi dalla realtà, l’arte riporta riflessioni di un essere umano, che è capace di astrarsi e sopraelevarsi dalla danza quotidiana della realtà, per riflettere su temi universali, comuni, punti di contatto delle diverse culture. Non per nulla l’Arte è considerata quel linguaggio universale, che unisce i popoli, e che spesso non lascia trasparire l’origine dell’artista stesso.  Camminando per il padiglione internazionale della Biennale d’Arte è difficile riuscire a identificare la nazionalità dei diversi artisti, proprio perché nella loro ricerca personale sono spinti a sondare quelle radici umane che spesso affondano nell’humus comune a tutte le razze e i tempi, chiamato archetipo.

La prima opera che Penelope e Luca Gamberini hanno realizzato insieme è stato uno “Star Gate” che contiene all’interno una poesia. Poesia scritta dal poeta e dedicata alla ricerca dell’Artista, opera realizzata da Penelope. Un rifrangersi e un gioco di riflessi, sia filosofico che reale.

 

Scintilla
la bocca
e accade
dovunque
Il Mondo

Luca Gamberini

La parola è esplosione, la parola schiocca dalle labbra, dalla bocca. Si tratta di un atto rapido e istantaneo, è il barlume della vita, l’atto primario che dà origine a tutte le cose. Solo una volta che la parola si sia compiuta come fatto, come evento, come atto, allora il resto può svilupparsi. Occorre dare un nome alle cose perché queste inizino ad esistere. Ecco allora che è tutto pronto: e il mondo può accadere, dovunque. Un fatto circostanziato come la parola, attraverso la sua genesi, è in grado di far accadere l’esistenza globale. L’accadere del mondo non è un evento singolo, ma è un evento continuo. Se è vero che il tempo non esiste ma si tratta di una invenzione umana, l’accadere del mondo è un dato ovunque presente e che anche in questo momento dovunque sta accadendo. Il mondo qui intenso come totalità, globalità, di eventi e fenomeni naturali, ma anche umani, chimici, lessicali. La parola diventa demiurgo non solo di frasi, poesie e pensieri ma della stessa vita universale, e così il mondo accade, esiste, dovunque.

Penelope, nella sua ricerca costante dell’Universo e dell’Universale, ha realizzato proprio una serie che mira al risveglio di un concetto, che da astratto si rende profondamente pratico e reale.

Galileo Galilei diceva “Dietro ogni problema c’è un’opportunità”.

Penelope racconta la creazione della sua serie sulle Religioni proprio partendo da questa citazione.

L’anno scorso un mio collezionista e caro amico americano mi chiese di realizzare un’opera con una preghiera ebraica contenuta al suo interno.
Succede spesso che qualcuno mi chieda una commissione, e molto spesso succede che io la debba purtroppo rifiutare, in quanto non in linea con la mia ricerca artistica. È frequente la convinzione che l’artista possa realizzare tutto quello che passa per la testa di un acquirente, ma questo succede perché sfugge la differenza tra artista e artigiano. Un artista è tale se è capace di creare un corpus di opere facenti parte di un’unica, organica ricerca. Quanto più le opere riescono a comunicare tra loro, tanto più l’artista costruisce una propria cultura, un pensiero composto dall’occhio critico che si ha sulla realtà.
Ritornando al mio amico che mi ha chiesto di scrivere dentro a una mia opera una preghiera ebraica, di primo acchito la mia reazione fu di grande curiosità. “Volentieri, studiamo insieme quale. Magari esiste una preghiera che parli della mia ricerca artistica, che tocchi alcuni temi a me cari, sull’universalità, sulle stelle, la creazione del Mondo!”. La risposta del mio amico e cliente fu categorica: “No, ho piacere di averne proprio solo una, specifica. Riesci a farla?”. La lessi subito, accorgendomi che non conteneva nulla di quello che speravo di trovare. Facevo fatica a rifiutare una richiesta da un caro amico, quindi gli risposi che ci avrei riflettuto, e che gli avrei fatto sapere il giorno seguente.
Tornando a casa mi resi conto che non c’era nulla da fare: o realizzavo qualcosa che non era nemmeno nella mia cultura e interrompevo, stravolgendola, la mia ricerca, oppure rifiutavo la commissione, deludendo un grande amico.
Fu quando mi stesi sul letto che il mio inconscio cominciò a parlare: ma che sciocca! La risposta era davanti al mio naso e non ero riuscita a vederla! La risposta era a una domanda ben più profonda che quella posta dal mio piccolo Io: “Cos’è la religione?”
Cos’è, davvero? La religione è un’usanza di tutte le culture del Mondo. La religione, in senso generale, non è altro che quello strumento che l’Uomo ha inventato dall’inizio del Tempo, per ringraziare Dio di essere al Mondo, di vivere una vita. È quella entità a cui l’Uomo si attacca per chiedere aiuto nei momenti di sconforto, o che viene chiamata in momenti sacri, importanti, svolte della Vita. È anche ciò che può darci le risposte esistenziali: cosa ci facciamo qui, dove andiamo, cosa c’è dopo la morte.

E non solo. Se tutte le religioni non sono altro che risposte diverse alla stessa domanda, se una cultura è creata proprio dal modo in cui risponde a queste domande, la divinità che cos’è?
Che cos’è la divinità se non la stessa cosa: l’energia vitale che avvolge la nostra esistenza sulla Terra?
Ma allora ha ancora senso chiamare Dio diverso da Allah, diverso da Buddha? Ma certo! Perché è questo che crea la cultura. Le differenze culturali sono un arricchimento per il mondo, guai se scomparissero.
Ma è ammettere che si detiene una risposta plausibile per una verità comune che è davvero interessante.
La nostra vita nell’Universo ha il sapore di qualcosa di eccezionale dagli albori di tutti i tempi.

E allora il giorno dopo tornai dal mio amico e gli feci una proposta.
“Io posso accettare questa commissione. Ma a due condizioni fondamentali.
Prima di tutto la tua opera andrà a far parte di una serie sulle Religioni. Chiunque potrà aggiungere il proprio credo, al di là della mia comprensione, o della mia preparazione su di essa.
La seconda condizione è che dovrai accettare di firmare un contratto. Firmandolo affermerai che non solo la tua opera andrà a far parte di una serie sulle Religioni, ma che la tua religione non è altro che UNA delle possibili risposte alle domande essenziali, e accetterai che altri firmino la stessa cosa, affermando che il Dio pregato da tutti non è che la stessa entità.

Le guerre di religione nascono dall’ignorante pensiero che quello che detengo nella mia cultura e nel mio cuore è l’unica risposta possibile. Le differenze sono un valore, non un difetto.

Allora la mia domanda è la seguente: di fronte a questo gesto artistico, sia dell’artista che del collezionista, possiamo ancora negare che l’Arte abbia un valore formativo?

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza

Antonio Gramsci lancia, dalle pagine del primo numero di “Ordine nuovo” del 1919, un invito all’istruzione, all’alimentare la propria intelligenza.

Intelligenza e istruzione non vanno di pari passo, piuttosto si rincorrono. Si contaminano, anzi. La contaminatio era una pratica assai diffusa – e accettata – nel teatro classico: consisteva nell’inserire volutamente richiami espliciti ai principali autori del teatro greco, dal quale direttamente si origina quello romano.

Preferisco allora parlare di contaminazione, e non semplicemente di istruzione, per aprire lo spettro di indagine all’interno del quale andare a ricercare le modalità di apprendimento. Per istruirsi bisogna uscire dalle aule universitarie o scolastiche che siano, certo frequentarle aiuta, probabilmente è lì dentro che si assiste alla semina della sensibilità, ma è fuori che accade il mondo. Una mostra fotografica, la proiezione di un film, un salone espositivo di giovani artisti emergenti, l’ingresso in una plaza de toros per una corrida o in affollato stadio per una partita di calcio, per quanto strane e distanti sono tutte modalità – e quanto performanti! – per contaminare il proprio animo e schiuderlo, educarlo, sensibilizzarlo. Il verbo educare deriva infatti dal latino e-ducere, condurre fuori, trarre fuori ciò che sta dentro, ma anche allevare. Sensibilizzare il proprio animo secondo la bellezza, andando a cercarla disperatamente come fosse alimento principe del nostro animo.

Non può esistere tuttavia contaminazione autentica che non preveda una autentica scelta iniziale: un’apertura al mondo, una scintilla, che permetta di iniziare questo inevitabile processo di cambiamento. Una delle esperienze che ricordo con più coinvolgimento di un recente viaggio in Andalusia, è stato l’ingresso in una piccolissima moschea, a Cordoba. Per quanto la mia formazione e il mio credo sia quello cristiano cattolico, raramente ho avvertito una concentrazione così alta di bellezza e consapevolezza. Sentirsi parte di un solo infinito universo dove i punti di vista vengono spesso confusi con idee, fedi, mai ideologie (quelle sono la negazione del verbo vedere), dove la vera meraviglia è scoprirsi non tanto istruiti, tanto meno istruttori, quanto bisognosi di istruzione. Perché effetto immediato dell’istruzione è proprio la sua capacità distruttiva di certezze: l’istruzione genera vuoti, svuota le convinzioni e crea spazio utile, spazio che tuttavia non verrà mai davvero riempito: spazio che tuttavia è necessario vi sia, quasi si trattasse di una fame, per andare continuamente in cerca di bellezza, di informazioni, di persone, di esperienze, umane e culturali.

L’Arte può insegnare? – di Chiara Cocchi e Luca Gamberini

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