In uno dei passi di un’opera di Giorgio Manganelli dal titolo Improvvisi per macchina da scrivere, si legge,  tra altre assurde ma favolose notizie che l’autore vorrebbe  trovare sul giornale, anche quella della curiosa ricostruzione della macchina da scrivere portatile di Leonardo da Vinci. Certo, non ci sarebbe stato da stupirsi se un genio come Leonardo, inventore degli inventori, uomo dai mille interessi, avesse progettato, o anche solo immaginato, un qualche marchingegno lontanamente simile alle macchine da scrivere che conosciamo. Eppure no! Nonostante l’immenso ingegno del più grande personaggio di spicco del rinascimento italiano, tra schizzi di macchine da guerra e per volare, non si ritrova neanche l’ombra di un oggetto tanto semplice quanto geniale, che secoli dopo cambiò le vite di intere generazioni.

E a proposito di elogi, proprio quest’anno, in occasione del 52esimo congresso mondiale della Federazione Internazionale per il Trattamento dell’Informazione e della Comunicazione (INTERSTENO), tenutosi a Cagliari dal 13 al 19 luglio, è stato dedicato un piccolo spazio all’esposizione di macchine da scrivere a cura del Museo della Macchina da Scrivere di Milano, un luogo che offre la possibilità di intraprendere un affascinate viaggio alla scoperta di questo mondo e di conoscere la storia e i particolari di un oggetto che, a partire dalla fine dell’800, si è affermato come una vera e propria rivoluzione sociale, economica e culturale.

Presente in quasi ogni casa, negli uffici e addirittura portatile, la macchina da scrivere è stata fino agli anni ’80 del secolo scorso lo strumento più veloce, accessibile e semplice per scrivere testi in bella copia. Ormai soppiantata dai nostri freddi computer, smartphone e tablet, (certo, di gran lunga più veloci e utili) ha rappresentato un fascino e una poesia che noi delle più moderne generazioni non conosceremo mai. Non sapremo mai cosa vuol dire sporcarsi le mani sostituendo un nastro inchiostrato. Non sapremo mai cosa vuol dire sentire nel silenzio il ticchettio continuo dei tasti, dei martelletti che battono contro la carta avvolta sul rullo o il rumore che fa lo scatto del carrello quando, giunto alla fine della linea, deve essere riportato al punto di partenza. Ma tendiamo anche a ignorare il fatto che, oltre al fascino, la macchina da scrivere è stata portatrice di un cambiamento e di una modernità eccezionale per i tempi in cui è nata. Uno strumento che ha permesso di velocizzare molte operazioni della vita pubblica, ma anche di quella privata, rendendo la stampa su carta non più prerogativa esclusiva dei tipografi.

La sua storia racconta che, nonostante le dibattute origini, è proprio l’Italia a poter vantare il primato dell’invenzione dei primi prototipi di macchine: Pietro Conti nel 1823 costruì il tachigrafo, un dispositivo capace di scrivere manovrando su una apposita tastiera e di cui oggi non ci restano che delle vecchie descrizioni. Ma quello che si afferma come il vero inventore della macchina da scrivere è l’avvocato novarese Giuseppe Ravizza che, prendendo spunto da Conti, nel 1846 brevettò una macchina chiamata “Cembalo scrivano”, per la somiglianza con lo strumento musicale, che nasceva con lo scopo di permettere anche ai non vedenti di scrivere. L’apparecchio era costituito da blocchetti in legno, i tasti, che azionavano delle leve. Sulle estremità di queste leve erano presenti delle lettere che, premendo su un nastro inchiostrato, imprimevano i caratteri sulla carta posiziona su un piano. Più tardi, nel 1865, Peter Mitterhofer, della città di Parchines, realizzò diversi prototipi in legno di macchine da scrivere. Pur non avendo avuto alcun contatto con Ravizza, il sistema da lui progettato sembrava essere curiosamente simile a quello del Cembalo scrivano, ma si differenziava da quest’ultimo per l’uso di un rullo sul quale veniva avvolta la carta.

Eppure, il merito di aver commercializzato la macchina e di averla resa un successo mondiale va alla Remington, società bellica statunitense. La Remington nel 1874 cominciò la produzione di una macchina brevettata da Christopher Latham Sholes e Carlos Glidden. Sholes e Glidden avevano dapprima sviluppato una meccanismo per imprimere su carta i numeri e poi anche l’alfabeto; Sholes studiò poi un particolare tipo di tastiera sulla quale la disposizione dei tasti era tale da agevolare la scrittura e, poiché le coppie di lettere maggiormente utilizzate erano distanti, da impedire agli ingranaggi dell’ingegno d’incepparsi. La macchina da scrivere venne messa sul mercato con il nome Sholes & Glidden Type Writer. Questa, come molti dei primi modelli, era una macchina a scrittura “cieca” poiché, a causa della disposizione delle leve poste in un cestello circolare sotto il rullo portafoglio, il dattilografo doveva sollevare il carrello per vedere ciò che era stato impresso sul foglio. Alla fine del 19esimo secolo, un’altra società, la Underwood, utilizzo il brevetto dell’ingegnere Franz Xavier Wagner e modificò il meccanismo in modo da rendere visibile la battuta sul rullo. Da quel momento la produzione delle macchine da scrivere non abbandonò più questo nuovo sistema.

Con le prime produzioni di macchine da scrivere cominciò una rivoluzione lunga un secolo. Presto si affermò ovunque una nuova disciplina, la dattilografia, utile per insegnare agli studenti delle scuole medie superiori volte alla formazione delle professioni impiegatizie a battere efficientemente a macchina utilizzando la diteggiatura in maniera rapida e accurata. Tale materia divenne popolare soprattutto tra le donne e questo fu un punto di svolta perché diede loro posti come segretarie d’azienda e contribuì alla loro emancipazione dai normali obblighi domestici. Nel 1908 anche in Italia, precisamente ad Ivrea, grazie a Camillo Olivetti nacque la prima industria di macchine da scrivere. La Olivetti divenne il motore di crescita della società, oltre che simbolo dell’industria italiana nel mondo.

Il funzionamento semplice, coniugato ai numerosi miglioramenti apportati al design e al meccanismo, rese questo strumento talmente pratico e veloce da divenire indispensabile in tutti gli uffici e in ogni redazione.

Fare un tuffo nel passato alla scoperta di questo mondo è possibile! Grazie alla passione del collezionista Umberto Di Donato, fondatore del piccolo e curioso museo milanese precedentemente nominato, si possono contemplare, e addirittura toccare con mano, oltre 1800 esemplari di macchine meccaniche. Il Museo della Macchina da Scrivere è una miniera di curiosità dove poter ammirare rarità che costituiscono un prezioso patrimonio storico. È possibile sorprendersi con modelli di ogni tipo, anche quelli più antichi e risalenti, addirittura, al XIX secolo. Tra questi si ritrova, per esempio, la Remington n. 5, macchina a scrittura cieca prodotta dal 1886 al 1891 dall’omonima società statunitense; o la Hammond n. 2 del 1893, la cui particolarità consisteva nel cestello portacaratteri intercambiabile e che consentiva di scegliere tra più caratteri di scrittura. In verità, questo modello di Hammond presentava un meccanismo molto lento e poco intuitivo, per tale motivo ne furono prodotti solo pochi pezzi.

Remington n. 5                                          Hammond n. 5

Nella collezione è possibile scovare la curiosa macchina a indice posizionabile della società tedesca AEG: la Mignon. Questa macchina, priva di tastiera, presentava un puntatore sul quale erano presenti due tasti. Per scrivere il carattere su carta era necessario posizionare il puntatore sul simbolo desiderato, che si trovava su una tabella, e premere un tasto; il secondo tasto serviva a far avanzare il carrello. Questa macchina, caratterizzata da un meccanismo estremamente semplice e da un valore economico molto più ridotto rispetto alle normali macchina a tastiera, era utile solo per scrivere solo testi molto brevi, data la lentezza di scrittura.

Mignon n. 3

E non potrebbero di certo mancare i modelli prodotti dalla più grande azienda italiana del tempo. Sono numerose le Olivetti presenti nel museo, come la celebre lettera 22 degli anni 50, la MP1 del 1932, prima macchina portatile dell’industria di Ivrea, e la M20, prima macchina prodotta subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, periodo durante il quale l’industria lasciò da parte la manifattura di macchine da scrivere per dedicarsi alla produzione di armi.

Lettera 22                                         Olivetti M20

Oggi tendiamo a considerarlo un semplice pezzo d’antiquariato e di certo sarà tutt’altra storia rispetto agli studi d’anatomia o alle grandi opere ingegneristiche di Leonardo; meno stupefacente di progettare una macchina volante, un paracadute o una vite aerea. Ma trattando la storia della macchina da scrivere si tratta anche una fase che ha segnato un’intera generazione sotto il profilo economico e culturale, una rivoluzione della quale se ne possono ancora tracciare gli effetti, i primi passi di un mondo che va sempre più verso la digitalizzazione. In tutto questo risiede molto più genio di quanto si possa immaginare. Quella della macchina da scrivere è una delle tante storie dello straordinario nell’ordinario. Una di quelle storie di cui si perderebbero le tracce se non fosse per l’impegno di (pochi) collezionisti, tra i quali Umberto Di Donato, che mantengono viva la memoria di un passato che, anche se ormai fin troppo distante, è stato essenziale per marcare la nostra attuale identità.

Umberto Di Donato e la sua collezione di macchine per scrivere – di Silvana Bezzeccheri

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